“Le donne dell’est: di Kristina Jurkovič

[ Kristina Jurkovič  (1070) e una giornalista  che vive a Ljubljana, Slovenia.   Kristina

Insegna tedesco e visita Napoli quando puo.  Kristina conosce bene le faccie varie di Napoli e contribuira articoli du Napoli di tanto in tanto.]

Quest’articolo pareva in Objektiv, pubblicato 7.1.2012

Reportage. Le emigrate per motivi economici dall’Est

 

Con la bocca affamata non possiamo parlare

 

Oltre alle donne asiatiche, a lavare le finestre di Napoli c’è anche un’economista di Bucarest; strofina il pavimento di uno studio notarile una laureata in fisica di Leopoli; una ragioniera moldava porta a passeggio sotto braccio i malati di Elzheimer; una laureata in metallurgia della campagna bulgara cambia le lenzuola in un albergo e la direttrice di un villaggio turistico di Odessa i pannoloni ai malati di cancro.

 

Il giovedí e la domenica sono i loro giorni liberi e allora ”imbiancano” (la maggior parte è bionda di capelli) le stradine della città. Già di mattina si raggruppano al parco di Porta Capuana, pieno di cocci di bottiglie di birra che al sole si trasformano in migliaia di taglienti specchietti. Il vento rovista tra i rifiuti e mescola le lingue esteuropee e nordafricane. Nel parco le donne parlano al telefonino, se ne stanno sedute isolatamente, mangiano insieme sottaceti, affettati e pane bianco. Non lontano da lí, si raggruppano le loro connazionali disoccupate.

Porta Capuana foto Stefano Cardone
Porta Capuana foto Stefano Cardone

 

La zona di Porta Capuana è uno dei ”mercati” napoletani della manodopera, dove si incontrano informali domande di famiglie per donne di servizio, bambinaie ed infermiere, ed offerte di immigrate dai Paesi dell’ex blocco orientale, messe alle corde dalla mancanza di diritti e dallo sfruttamento sia in patria che all’estero. La loro presenza riempie la crescente assenza dello Stato Sociale.

 

Con Nina, russa sulla cinquantina che vive a Napoli già da sei anni, prendo un caffè nella imponente Galleria Umberto I. Un tempo maestra elementare negli Urali, ha deciso di partire quando ha divorziato. L’agenzia le ha procurato un visto valido due settimane e dopo la scadenza Nina si è immersa nell’ ”invisibilità” in cui vive tuttora. Come infermiera ha lavorato presso vari ”nonni”, come li chiamano le donne. Molti erano gelosi e la trattavano come una proprietà. La tenevano chiusa nell’appartamento, racconta, sotto controllo, e si lamentavano per come apriva i cassetti. Una volta, all’arrivo del barbiere del nonno, ha dovuto chiudersi a chiave in camera finché lui non l’ha richiamata. Di questa sorveglianza non ne poteva piú. Adesso ha finalmente un suo appartamento e lavora per altri ”bravi cristiani”, sorride benevolmente Nina.

 

L’Italia, ancora cento anni fa, era una terra da cui milioni di emigranti si dirigevano in America e in Australia; dopo la Seconda Guerra Mondiale hanno trovato lavoro nelle fabbriche del Nord Italia, e in genere in Europa, migliaia di persone provenienti dalle arretrate province del Sud. Nelle quali, durante gli Anni Settanta, si è verificata un’inversione di tendenza: gli standard si sono elevati, anche grazie ad un programma di sviluppo nazionale, e gradualmente il Sud si è trasformato in un luogo d’immigrazione. All’inizio scarsa, l’immigrazione femminile, alla caduta del Muro di Berlino, è aumentata con una rilevante immigrazione dall’Est Europa.

 

La ragione per cui esse siano state attratte in massa come infermiere e babysitter proprio dalle famiglie del Sud Italia, me lo spiega nel suo ufficio la sociologa Elena de Filippo, presidente della cooperativa sociale Dedalus, che in Campania è la principale organizzazione ad occuparsi dei problemi legati all’immigrazione e alla prostituzione: ”La cura dei bambini e degli anziani un tempo dipendeva dalla famiglia allargata, cosa che lo Stato ovviamente approvava: di loro si occupavano le donne rimaste in casa, perciò la famiglia era organizzata diversamente. Negli anni Novanta i fondi destinati allo Stato Sociale decrebbero sensibilmente. L’offerta di servizi di conseguenza si è ridimensionata, ma non la domanda, che anzi è aumentata, poiché la popolazione è invecchiata, vive piú a lungo, mentre la vita familiare è cambiata dato che le donne hanno iniziato a lavorare fuori casa”.

 

Dopo la scadenza del visto, si volatilizzano

 

Il tradizionale divario tra Nord e Sud è visibile anche nel campo dell’assistenza. ”Nel Nord c’è una rete di servizi” dice la dottoressa de Filippo con un po’ di rabbia, ”mentre da noi lo Stato rimpiazza l’assenza delle istituzioni professionali con gli assegni. Ad una famiglia, poniamo con un invalido, viene assegnato del denaro affinché possa vivere piú agevolmente. Perché? Si tratta di uno scambio politico: io ti pago e tu mi voti”.

 

In Italia, che ormai da anni non è piú la terra promessa, oggi vivono 4,5 milioni di stranieri (piú della metà dei quali di sesso femminile) che rappresentano il 7,5 per cento della popolazione (in tutto circa 60 milioni di abitanti). In Campania sono presenti perlopiú le immigrate provenienti dai Paesi extracomunitari. Le ucraine sono pressappoco 40.000 e le statistiche registrano nuovi arrivi dall’ex Unione Sovietica. Le ”turiste” entrano con un visto e spesso, attraverso una rete di ben intrecciate intermediazioni delle predecessore, giungono a lavorare presso le famiglie – se fanno le infermiere o le bambinaie vivono anche con loro. La Campania, con Napoli in testa, è un territorio labile, proprio adatto all’immigrazione illegale. Finché ”va tutto bene” gli organi di controllo chiudono gli occhi e si tappano le orecchie. Nel corso del visto le donne si volatilizzano, perciò la permanenza nascosta presso le famiglie conviene loro. Le famiglie, secondo la legge sulla regolamentazione dei flussi migratori, dovrebbero regolarizzarle, dunque procurare loro un permesso di soggiorno, che è precondizione obbligatoria per l’ottenimento di un permesso di lavoro.

 

Ma nel Sud la linea di separazione tra illegalità e criminalità è sottile e a molti conviene la formale ”inesistenza” delle collaboratrici domestiche, poiché essa permette lo sfruttamento e il ricatto. ”Talvolta si sviluppa un rapporto estremamente schiavistico, anche perché la lavoratrice si lega alla vita collettiva. Spesso non vuole denunciare il suo padrone, dicendo che è stato un brav’uomo a prenderla con sé. Nella famiglia vede, per esempio, un’anziana madre che l’ha abbandonata. Si attacca esageratamente ai bambini piccoli. Sulle persone di cui deve occuparsi proietta la sua nostalgia. Nella famiglia prevalgono dei rapporti personali, asimettrici e non professionali. Ed è sempre l’immigrata a rimanerne svantaggiata”, dice la dottoressa de Filippo.

 

La democrazia della fame

 

La maggioranza delle immigrate dall’Est, di età media fra i 35 e i 45 anni, possiede una laurea o una laurea breve. Il loro capitale sociale è andato in rovina con il loro Paese e le esperienze lavorative – nella nuova situazione economica che non è piú sufficiente per condurre una vita decorosa – difficilmente possono servire a qualcosa. In Campania, dove senza il clientelismo non si ottiene niente, raramente si realizzano professionalmente.

 

Le piú giovani migranti arrivano con il sogno di cambiar vita. Cosí Monika è venuta da Varsavia vent’anni fa, con in tasca una laurea in legge. Si trattiene a chiacchierare con me nei dintorni della stazione ferroviaria, dove lei sta osservando su una bancarella dei cappotti usati che stanno a tre euro. ”Compra, ucraina, buono”, la blandiscono i bancarellari marocchini. Fa ancora la bambinaia e riguardo ai suoi progetti per il futuro non vuole parlare. Un tempo forte, oggi l’immigrazione dalla Polonia è diminuita perché molta produzione occidentale si è trasferita là. ”La gente lavora. Ma dovremo vedere cosa ci porterà l’euro”, dice. Tornerà in patria? ”Dopo tutto questo tempo? Anche se mi sembra che da quando sto qua tutti mi guardino come un qualche oggetto strano”.

 

Quando il discorso verte sui tempi del comunismo, le ucraine di Porta Capuana si mettono un dito sulla bocca e aggiungono a voce piú alta: ”La democrazia ci ha sicuramente portato la libertà di parola, però con la bocca affamata non riusciamo a parlare!”. Ed anche della loro vita incerta parlano malvolentieri: ”Non c’è lavoro da nessuna parte, scrivi questo. Che viviamo male, che la nostra patria ci ha tolto tutto e che all’estero ci sfruttano”, mi dicono.

Olga, professoressa di Letteratura russa proveniente da Lugansk, si sofferma a discorrere un po’ di piú bevendo caffè nella cucina del parroco. In Italia fa le pulizie, stira e cuce, già da tredici anni. Vive a Castel Volturno, a nord di Napoli. Dirige l’associazione Bereginja, che tra l’altro organizza una scuola del sabato per bambini ucraini.

 

”Non anelo al passato regime, anche se talvolta mi vien da pensare: perché Stalin non può risorgere?” Allora con la sua paga di insegnante riusciva a vivere e a mangiare con sua figlia. ”Un tempo era tutto gratuito” racconta ”invece adesso dobbiamo pagare ogni cosa, ma i servizi sono rimasti uguali, cioè di cattiva qualità”. E prosegue: ”Poiché in Italia solamente le donne trovano lavoro, sono loro ad esser costrette ad andarsene. Talvolta le raggiungono anche i figli e i mariti, ma se per loro non c’è lavoro devono rimpatriare. Molte famiglie con il passar del tempo si disgregano. Questa è la nostra tragedia”. Si era proposta di lasciare la figlia solo per otto mesi. Durante tale periodo voleva guadagnare abbastanza da poter pagare il debito contratto per l’acquisto della casa e per mantenere agli studi la figlia. In Italia aveva preso in prestito dell’altro denaro e gli otto mesi sono diventati tredici anni.

 

Con la decisione di emigrare si pone contemporaneamente anche il quesito riguardante il giorno del rientro. ”Nessuno parte per sempre”, sorride con saggezza Olga. ”Quando sono tornata per la prima volta a casa ed ho visto la miseria, me ne sono subito andata. In Ucraina non puoi piú pagare niente a rate. Per un prestito calcolano anche fino al 35 per cento di interessi! Come se fossimo un Paese di ricchi! Molti di noi sono rimasti in Italia, perché si può riuscire a sistemarsi. Tutti dicono che torneranno: in patria ho comprato un po’ di terra, ho costruito un quarto di casa, tornerò. Ma quel giorno si allontana. Temiamo che il ritorno significhi una nuova partenza”.

 

Giancamillo Trani della Caritas campana (molto attiva nel campo dell’immigrazione) considera cosa molto delicata l’immigrazione in Campania, la piú povera regione d’Italia, nella quale nessuno investe piú, dove il divario tra poveri e ricchi si approfondisce e in cui ogni aspetto viene fortemente controllato dalla camorra. ”Eppure gli immigrati si fermano piú volentieri qui. Una volta ho chiesto ad una vecchia ucraina, che era venuta a chiedere lavoro, perché rimaneva nonostante la miseria. Mi ha risposto che qui almeno poteva mangiare tutti i giorni. Ma a cosa serve un’immigrazione cosí, fatta di gente che vuole saziarsi ma che dopo vediamo per strada sporca, ubriaca e trasandata? Alla città sono piú che sufficienti già i propri poveri”. Vivere un fallimento personale in una città con il clima mite e i prezzi bassi evidentemente è piú tollerabile.

 

Si vergognano, davanti a te

 

Di pomeriggio, dinanzi alla grande porta nel centro storico cittadino, una moltitudine di persone aspetta che si apra la mensa delle suore di madre Teresa. A prendere il pasto vanno anche le ”capuane”. Anche Nataša, che è restata senza ”nonna” e senza un tetto sopra la testa. L’occupazione femminile è collegata alle ”fasi” di vita di una famiglia: alla nascita di un bambino, che dovrà essere accudito per un tempo indeterminato, o alla malattia di un membro anziano della famiglia. Quando muore le infermiere, da un giorno all’altro, restano in mezzo alla strada, abbandonate alla precarietà. Oggi alla mensa si possono contare circa duecento persone, in maggioranza straniere, delle quali una sessantina sono donne dell’Est. Alcune ”capuane” inaspettatamente si sono ricredute e non vogliono venire a pranzo. ”Si vergognano” mi dice Nataša ”davanti a te”.

 

Nel gruppo scorgo delle facce note, che giorni prima ho visto nel rifugio per senzatetto La Tenda. Olga, pianista e compositrice di canzoni ucraine, con dita artritiche, calzini bianchi di spugna su pianelle rosa, il viso gonfio e un tremendo mal di denti. Una russa tracagnotta che porta in braccio un gatto randagio. Le ha mandate nel dormitorio il centro Help della stazione ferroviaria. L’anno scorso sono stati ospitati al centro di pernottamento oltre seicento stranieri, dei quali circa centotrenta erano donne, in maggioranza ucraine, di età fra i 45 e i 65 anni: ”Quando chiediamo loro lo stato civile, quasi tutte si dichiarano vedove o divorziate”, dicono al centro. ”Sono rimaste in mezzo a una strada perché è morto il loro datore di lavoro. Offriamo loro un ‘pacchetto pernottamento’ da 15 giorni, cosí loro hanno quel periodo di tempo a disposizione per provare a trovare una nuova occupazione. La maggior parte non ci riesce e rientra. E molte hanno problemi di alcool. Cerchiamo di parlarci, di indirizzarle a un medico, ma inutilmente”.

 

Mentre le famiglie delle migranti sopravvivono a casa con i soldi di queste, molte di loro, all’estero, scivolano socialmente ed economicamente verso il basso. Le scene di sbrago collettivo in strada non sono rare e nel centro Help non nascondono l’orrore per tali eccessi. Sovente le donne si fanno vive al centro una prima volta da sole e la seconda volta in compagnia di uomini piú giovani, generalmente magrebini. L’amicizia fra ”chiari” e ”scuri” e fra maturi e giovani è molto frequente tra gli immigrati.

 

Esprime molto aspramente il suo disprezzo per le ”ubriacone slave” la colombiana che, da venti anni, ogni sera, in compagnia di due alti magrebini sistema la sua seggiola a Porta Nolana. Mi manda da lei l’operatore sociale Andrea Morniroli, che conosce a fondo la prostituzione. In mezzo alla conversazione, di venerdí sera, arriva barcollando una donna con una bottiglia in mano. La cinquantenne colombiana, dama nel suo mestiere, è feroce: ”Le slave sono i peggiori rifiuti del mondo. Si ubriacano e dopo vanno con uomini e con animali. Non sono neanche ‘puttane’, che queste cose le farebbero con stile. Sono semplici bagasce!”

 

”Il grosso delle prostitute delle strade di Napoli è costituito da romene, bulgare e albanesi. Le ucraine non le potrà incontrare perché sono piú anziane. Molte di loro, senza lavoro e senza soldi, finiscono sulla strada. Alcune passano la notte in piazza, o in una casa abbandonata, e fanno lí di nascosto le loro cose”, spiega Andrea Morniroli nel suo uffico in Municipio. Presso la già menzionata cooperativa Dedalus egli è il responsabile del progetto La Gatta. E ”Gatta” è anche il nome del vecchio camper e dell’équipe che, ormai da dodici anni, ”sonda” sul campo la prostituzione di transessuali, minorenni e immigrate.

 

Prostituta foto Stefano Cardone
Prostituta foto Stefano Cardone

Le albanesi sono proprio loquaci

 

Dopo numerosi colloqui mi viene permesso di accompagnare in un giro notturno Elizabeta e Karmen, operatrici sociali rispettivamente nigeriana e romena. Prima che il guidatore, Carlo, giri la chiave, abbiamo caricato sul mezzo dei recipienti con biscotti salati e dolci, dei profilattici, dei thermos contenenti caffè e una bottiglia di plastica piena di thè freddo. È quel che, dapprima, offriamo a un gruppetto di albanesi e romene che troviamo nei parcheggi lungo gli alti e ancora illuminati palazzi del centro direzionale. Le albanesi sono delle vecchie gatte professioniste veramente loquaci. Una ci racconta tutto d’un fiato del compleanno di suo figlio e di un nuovo cliente, un uomo d’affari sposato che a causa di lei resta al lavoro fino a sera. Strada facendo, salutiamo una polacca bionda che non ha tempo da dedicarci: le automobili la attendono dietro il nostro camper. ”Stavolta era proprio di buon umore e inusualmente loquace”, osserva Karmen, che allo stesso tempo annota accuratamente i nomi ed i colloqui: chi oggi lavora e chi no, chi è nuova, chi è ritornata. L’équipe conosce tutte loro, i loro racconti, le condizioni delle loro famiglie.

 

Poi Carlo parcheggia vicino a due bulgare – zia e nipote, la seconda con l’Ipod alle orecchie. La grassa zia lascia cadere una valanga di ingiurie verso una ”puttana zingara” che sta qualche metro davanti a loro. Cogliamo un’evidente gelosia, poiché la rom, facendo tante cose per pochi soldi, è straordinariamente popolare. E oltretutto ha invaso il posto di lavoro delle bulgare, un cortile di un negozio per il quale il loro protettore riscuote una percentuale a mo’ di affitto. Ad un distributore di benzina incontriamo un’altra nostra vecchia conoscenza albanese. Alla parola ”Slovenia” il suo viso si rasserena. Si ricorda le montagne e un grande lago, ma non i nomi delle città. Le piace ascoltare, dice, la musica slovena e sente la mancanza della cucina slovena.

 

Concludiamo il giro con delle minorenni nigeriane pesantemente truccate. Lavorando sulla strada devono pagare un debito colossale, che si è accumulato durante il viaggio per l’Europa e ammonta anche fino a 50.000 euro. Quanti clienti serviranno, chiedo a Karmen. ”La loro tariffa è di cinque euro, fa’ tu il conto”. Distribuiamo loro anche dei volantini con delle istruzioni di ”buon comportamento” in strada: prestare attenzione alla cura del proprio aspetto, d’inverno indossare abiti pesanti, non gettare involucri di plastica sul fuoco, tenere pulito dai propri rifiuti e dai preservativi usati. Sul retro dello stampato sono elencati numeri telefonici utili, il nominativo di un ginecologo e di un consulente legale entrambi gratuiti.

 

Durante il loro viaggio, l’esperta ”Gatta” offre a chi incontra soprattutto un sostegno. O meglio, come dice Karmen: ”Non si tratta di carità. Ognuno fa il lavoro che si sceglie. Alle ragazze vogliamo soltanto dire: se avete bisogno di aiuto siamo qui per voi”.

 

Immigrate – ovvero bancomat di famiglia

 

Qual è, in genere, la reputazione di cui godono le immigrate dell’Est, domando ancora al signor Trani, che vede l’immigrazione essenzialmente femminile in tutta la sua umanità. ”Se oggi chiedeste a un napoletano un parere sulle immigrate, vi risponderebbe che si tratta di donne facili. Però non è cosí, non vanno a caccia di avventure: è soltanto gente povera!” Qualche ”nonno” si è anche sposato con la sua badante o le ha lasciato il suo appartamento, e di ciò il signor Trani non si stupisce: ”La badante spesso fa compagnia agli anziani, perché i figli non hanno piú tempo di stare con loro. Perciò non si devono arrabbiare se una parte del patrimonio va ad una straniera. Conosco persone che hanno mandato a monte il proprio matrimonio perché una slava gli ha fatto perdere la testa. Ma la maggior parte delle donne viene negli anni piú maturi, capite! E molte versano in una condizione veramente triste. Černobil ha provocato una vera e propria tragedia nazionale”.

 

Natali, che vive a Napoli da ormai oltre dieci anni, in Ucraina ha sconfitto un tumore alla mammella, ma adesso la malattia si è trasferita agli occhi. Scaccia il pensiero della malattia con il gran sacrificio che le costa lavorare presso la cooperativa Dedalus, che cerca, con servizi gratuiti – educazione, consulenza legale ad immigrate e a famiglie datrici di lavoro – di professionalizzare il mercato delle collaboratrici familiari. Dei servizi analoghi vengono offerti anche dalla associazione di Natali, Donne dell’Est, che opera non lontano da Porta Capuana. Ma l’aiuto gratuito minaccia coloro che lucrano sui poveri immigrati. Natali ha cambiato il numero telefonico già due volte e nei luoghi in cui si radunano le immigrate dell’Est non si azzarda piú a distribuire i suoi stampati.

 

Secondo lei l’intervento chiave consiste nel fornire informazione legale già nel Paese d’origine: ”La nostra gente deve riflettere a fondo se davvero lasciare la propria casa possa essere di una qualche utilità. Semplicemente non vogliono rendersi conto che molti li vogliono attirare all’estero con delle bugie su una vita migliore. Negli ultimi tempi si sono presentate alla nostra associazione delle intere famiglie, il che è una novità. Provengono dalla Siberia, dalla Kirghizia, sempre con le stesse modalità, cioè con un visto turistico. Ma può una moltitudine di persone cosí indigenti permettersi un viaggio di quattordici giorni per l’Italia come quello che gli viene offerto dalle pseudoagenzie turistiche? Le nostre autorità non vogliono vedere né quanti sono emigrati, né quali fra costoro sono tornati. Per quanto tempo ancora saremo sfruttati?”

 

È ricorsa all’associazione per ricevere aiuto anche una taciturna famiglia della Baschiria, madre, zia e figlio maggiorenne. Erano venuti in Italia perché volevano guadagnare in modo da poter mantenere agli studi il figlio e poter riscattare l’ipoteca sulla casa, nella quale hanno lasciato il padre malato. Una certa intermediatrice, che Natali conosce bene, aveva mandato la ultracinquantenne madre a fare le pulizie in un ristorante, dove essa non poteva sostenere delle giornate lavorative di diciotto ore. La zia era approdata in una famiglia dove avevano abusato sessualmente di lei. Il figlio, non abituato al sole mediterraneo, aveva lavorato sulla spiaggia prendendo un’insolazione. Tutti e tre erano rimasti in mezzo a una strada, privi di tutto.

 

Presso l’associazione è stata velocemente organizzata una raccolta di fondi e dalla Caritas hanno ricevuto vestiti e generi alimentari. Ma non sono state trovate soluzioni definitive. Prima delle feste chiedo a Natali telefonicamente cosa ne è stato della famiglia baschiriana, e vengo cosí a sapere che è stato raccolto denaro a sufficienza da mandarla in un’altra parte d’Italia, in una casa sicura. Dunque accoglieranno il nuovo anno insieme, tranquillamente e al caldo.

 

Molte donne di Porta Capuana spiegano che sono venute in Italia per guadagnare soldi per i medicinali, per un’operazione chirurgica, per il matrimonio di un figlio, per una tangente – che è necessario scucire in contanti se vogliono che i loro figli abbiano un lavoro, – per l’acquisto di elettrodomestici o di vestiti per i nipoti… insomma: non per se stesse. Evidentemente le immigrate sono il bancomat della loro famiglia. Anche la moldava cinquantenne Galina ha praticamente rinunciato a vivere, in favore di un marito malato e di quattro figli adulti. In Italia ci vive ormai da dodici anni ed è momentaneamente senza lavoro. Da Roma l’ha scacciata un’amara esperienza: ”Mi stavo occupando di una ‘nonna’ nervosa; una volta avvertii un forte dolore e andai al pronto soccorso. Prima di ciò avevo già cucinato per lei ed avvertito i suoi familiari che sarei potuta essere trattenuta in ospedale a causa di un sospetto di infarto. Quando tornai, trovai la mia roba davanti alla porta. Non venni neanche pagata. Come l’ultimo dei barboni, dormii in un parco pubblico. Sono proprio addolorata di aver sperimentato ciò alla mia età”. Benché nel Nord Italia si possa guadagnare meglio, anche fino a 900 euro al mese, Galina ha scelto Napoli, dove le immigrate dell’Est prendono massimo 500 euro al mese.

 

Sono settimane, che viene in piazza. ”Sono stremata. Ho tutti i documenti, ho pagato i contributi per anni e spero che qui potrò almeno essere sepolta decentemente. Di un onere di settemila euro (tant’è il costo del trasporto di una salma) non voglio che sia caricata la mia famiglia”. Galina sta finendo i soldi. Dorme presso una connazionale che, per un materasso sul pavimento in un ambiente con zanzare e topi, le prende cinque euro a notte. ”Per fortuna ho te”, apre la bocca con i denti d’oro. ”Noi donne dobbiamo essere realistiche. Dobbiamo vivere con i piedi sulla dura terra e non dobbiamo desiderare niente di piú di ciò che abbiamo, o di ciò che è possibile avere. Sognare non ci è permesso”.

 

 

Testo di Kristina Jurkovič

La Nuova Emigrata foto Stefano Cardone
La Nuova Emigrata foto Stefano Cardone

 

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Olga L'Associazione Donne dell'Est foto Stefano Cardone
Olga L’Associazione Donne dell’Est foto Stefano Cardone

 

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